Intervista a Danilo Arona

di Fulvia Maldini

Allora Danilo, gli Amici del Libro dell’Acsal, di cui faccio parte, mi hanno chiesto di invitarti ad un incontro sul genere thriller-horror e di farti prima alcune domande in proposito. Anzitutto puoi spiegarmi le eventuali differenze fra queste due parole?

 Facciamo finta di trovarci in un grande palazzo, magari il Dakota di New York per l’importanza sacrale che ha (hanno girato il film Rosemary Baby ed è stata l’ultima residenza di John Lennon, dove poi è stato ucciso). Dunque un palazzo o un grande condominio che noi chiameremo gotico per la sua derivazione anglosassone e che si sviluppa attraverso tante camere. Ci sono anche i puristi della letteratura gialla ma non confondiamoci e pensiamo a delle camere precise caratterizzate da una comune connotazione verso il soprannaturale e da trame che hanno a che fare con fantasmi, creature ultraterrene, licantropi e altre ibridazioni con il mondo animale. Poi c’è una grande stanza che chiamiamo thriller perché fa riferimento ad un aspetto emotivo non legato al mondo soprannaturale ma è comunque sotto il tetto delle emozioni forti e della paura. E oltre alle suites e alle stanze più lussuose sono in seguito cresciuti appartamenti più piccoli, noir, story, polare, una casa come una grande famiglia che deriva dal gotico e che chiamiamo letteratura thriller. Del resto puoi trovare anche tra gli specialisti chi cerca di capire una categoria e l’altra. Oggi la situazione si è vieppiù complicata per le novità rivolte soprattutto agli adolescenti come il filone urban fantasy, new gotic, new romantic fantasy ecc. ma siamo sempre sotto il grande tetto del gotico.

Una delle finalità del nostro gruppo è di promuovere le lettura ad un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo, sia adulti che ragazzi. Cosa si può fare, secondo te, per stimolare a leggere e incuriosire?

 C’è appunto quel filone di film come Twilight e The Host di Stephenie Meyer, oppure il sottofilone vampiresco dei succhiatori di sangue che in qualche modo sono il riflesso letterario di tutta una serie di miti appartenenti al folklore e, per quanto l’antropologia fissi come culla genetica l’est, per esempio la Transilvania, in tutto il mondo si trovano delle ramificazioni e poi andiamo all’origine. Intendo dire che quel filone può essere utile per conoscere e capire il mito tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800. Pensiamo a Polidori, il quale in un certo senso fissava i canoni della figura che racchiude le pulsioni e le paure profonde dell’animo umano ne Il vampiro, erroneamente attribuito a lord Byron, naturalmente a Stoker con Dracula ecc. Insomma mi sembra una buona proposta anche didattica quella di partire dalle nuove tendenze letterarie e cinematografiche, dal momento che lo stesso marketing ha individuato proprio i giovani come i migliori fruitori di quel genere ma serve anche per tornare indietro e raccogliere le tracce della natività del mito. Quanto agli adulti, per incuriosirli è sempre il cinema ad offrire le migliori suggestioni. Ricordo un capolavoro e cioè Shining del grande regista Kubrick, tratto da un romanzo di un altrettanto famoso scrittore, King. C’è il macro-mito della casa infestata, in questo caso un albergo e tutto è ingigantito, l’adulto si può chiedere da dove deriva e, se c’è una guida che lo aiuta, arriva a Poe e alla casa degli Usher, un sottofilone anche questo se torniamo alla metafora del condominio, con lo stanzino delle case infestate, un genere fatto di tante peculiarità.

Hai parlato dello stretto rapporto fra libri e film e tu sei scrittore e appassionato di cinema. Che confronto è possibile fare? C’è ancora, secondo te, il pregiudizio intellettuale per cui è più importante il linguaggio scritto rispetto a quello visivo?

 L’approccio visivo è più facile, l’immagine è immediata e diretta, andare al cinema attiva anche il senso della socialità mentre sappiamo che il libro è qualcosa che consumi a livello individuale e che impegna, ma il cinema aiuta ad avvicinarsi a questo mondo tanto complesso. King però è uno strano caso che non si è replicato perché ha un tratto di unicità e ha assorbito una serie di tematiche e atmosfere, tipiche della letteratura gotica americana del New England dove lui è nato, ha trasmesso questo nelle sue pagine ed è stato in questo senso lo scrittore più prolifico, che ha dato più titoli per il cinema.

Quindi possiamo parlare di interdipendenza, senza abbassare reciprocamente i livelli. Quanto alla scuola, nelle antologie il thriller-horror è considerato un sottogenere ed è inserito nella letteratura d’evasione. Cosa ne pensi?

 Per me non è un termine negativo perché è sempre stato un modo di definire un mondo di grandi professionisti e possiamo citare la Christie e Simenon (anche se in questo caso si tratta di “giallo”) che hanno campato scrivendo. Credo che questo dualismo oggi si stia smontando, cioè l’accademismo contro la letteratura “da stazione”, un esempio è proprio quello di Simenon, le cui opere per anni sono state comprate nelle bancarelle e poi tutto è stato stampato da Adelphi. L’Avantpop, il pulp contemporaneo ecc. hanno rivalutato prodotti che fino a poco tempo fa sembrava non avessero dignità culturale, anche grazie forse a Tarantino che ha riabilitato i generi, che però oggi non sono più praticati in Italia per mancanza di produttori e investimenti, così il nostro cinema si è impoverito, persino Fellini era debitore del genere in Tre passi nel delirio tratto da un racconto di Poe, ha fatto una tale scuola che ancora oggi viene citato e questo dà l’idea di ciò che caratterizza quel tipo di letteratura che a me piace definire di trincea.

Parliamo di ambientazione. Le tue storie sono soprattutto locali ma tanti pensano che, se gli autori scegliessero contesti più lontani, sarebbero forse più consone. O no?

Trovo ridicolo che lo scrittore italiano debba ambientare i propri libri troppo lontano, a me è capitato con Santanta ma ha più senso che gli autori parlino dei luoghi che conoscono bene e poi noi abbiamo delle zone incredibili, proprio il Piemonte o la Romagna di Pupi Avati o la Roma di Alda Teodorani, insomma Bassavilla o i castelli laziali, ovunque in Italia il paesaggio ed il clima funzionano alla grande e non dimentichiamo per esempio Il castello di Otranto, capostipite della letteratura gotica inglese ma ambientato in Puglia perché evidentemente si pensava che fosse quello il contesto ideale, c’è un filone gotico del mare Mediterraneo…

Un tuo libro a cui sei più legato e perché.

L’estate di Montebuio perché non avevo mai pensato di scriverlo, perché è un libro che scaturisce da una lezione fatta all’Unitre dove l’argomento era sul perché avessi deciso di misurarmi con le mie paure e io di fronte a centinaia di persone ho parlato di quell’enorme macchina da scrivere che vidi come un giocattolo, grazie alla quale iniziai a scrivere le mie storie e poi di quella ragazza e così le due pulsioni, adolescenziale e artistica, si compenetravano e poi mi hanno chiesto cos’è successo dopo. Io andavo in vacanza là e questa persona mi era rimasta nel cervello e nel cuore come un trauma infantile e interruppi la mia conferenza dicendo “chissà se è ancora viva o no” e l’unico modo per proseguire era come scrivere un libro, inventandomelo ma riesumando il passato con l’aiuto di quei personaggi che stavano all’interno della conferenza. Andai a riscoprire quella gente per verificare se avessero voglia di ritrovare con me le persone citate e scoprii la potenza della rete e c’è ancora un mio scritto online intitolato Cercasi Miriam disperatamente. Dopo tre giorni suonò il mio telefono ma era un’altra ragazza, Lisetta, la Lisi che ricordavo io. Suo fratello era il sindaco di Savignone e dopo andai con mia moglie a Montemaggio dove avevo scoperto la macchina da scrivere, rividi alcune persone con cui sono ancora in contatto e ritorno almeno due volte all’anno a rivedere quei luoghi, un accumulo di materiali per il “condominio” di cui parlavo all’inizio. E poi ho rivisto la famosa Miriam che era… inguardabile e ha negato i ricordi… e allora molto meglio la Lisi… Insomma avevo gli elementi per la storia, il libro della mia formazione. Quindi, insieme agli aspetti fantastici ci sono quelli autobiografici; mi hanno paragonato a King e al suo Maine e non posso che esserne orgoglioso.

Un libro e un film che ti hanno formato, sconvolto o spaventato.

Bisogna fare un distinguo perché quelli formativi non sono di adesso e allora magari possono essere di scarsa qualità, ma questo in generale. Per me Gli uccelli di Hitchcock e ne ho parlato nella collana Quaderni di sangue perché un tredicenne che vede un film come quello ha un po’ di coordinate sconvolte, tenendo conto che io avevo già visto Psycho (grazie alla famosa zia che mi faceva entrare nelle sale cinematografiche anche se era vietato ai minori) e che fece dei danni sulla mia psiche. Gli uccelli è stato più formativo perché è un dizionario per misurarsi con gli strumenti della scrittura. E poi il libro It di King perché rileggerlo anche a 40 anni ti fa tornare bambino. Io leggevo di nascosto un sacco di libri e li tenevo sotto il cuscino ma dobbiamo saltare anni e arrivare all’età adulta per rivivere i traumi, sono passaggi obbligati…

Sei conosciuto anche come lettore velocissimo, come fai?

Sì, sono veloce, ma leggo solo di notte. Il fatto è che dormo poco e allora ti prende quella sorta di ansia e di smania che non sempre è positiva, la luce è accesa e mi affanno a divorare più pagine che posso ma non so fino a che punto sia giusto perché forse non ti gusti veramente quello che leggi, è come mangiare troppo velocemente, però è anche questione di tecnica.

Siamo alla conclusione: scrivere aiuta a esorcizzare le paure?

Io non ho particolari paure e, pur ammettendo di credere in altri mondi a mio modo come agli spiriti o a qualcosa di scientificamente demoniaco, purtroppo mi fa assolutamente incazzare e mi rattrista la condanna di invecchiare e di avvicinarmi verso la “fatal quiete”, il che non mi genera particolare paura ma una sorta di rabbia, di frustrazione e nostalgia di quando il fisico era meglio di oggi, probabilmente nel mio caso la letteratura e scrivere di queste tematiche mi aiutano perché mi permettono di sfogare la rabbia, che non è ovviamente quella di chi prende il randello e si mette a inseguire la gente in mezzo alla strada. È qualcosa di più intimo e sofferto, è un tormento interiore ma forse porta a produrre qualcosa di fruibile anche ad altre persone e in modo magari diverso questa “brutta cosa” che è il passare del tempo, ma che fa parte del genere umano. Quindi la letteratura gotica a suo modo ti parla di questo, della morte e di un grande clown come It che poi era l’uomo nero che usciva fuori dallo sgabuzzino… magari di quel palazzo nel Dakota…

Il sito di Danilo Arona

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1 commento

Archiviato in Libri e cinema

Una risposta a “Intervista a Danilo Arona

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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